Quando la palla a spicchi si fermò a Caserta

Quando la palla a spicchi si fermò a Caserta

Quando gli anni passano si rispolverano i ricordi e quando è possibile trovarne di belli ecco che la giornata, anche se solo per poco e solo per noi, diventa gradevole. Ma quello che segue non il ricordo di un evento per pochi, ma la storia che ha restituito un po’ di orgoglio ad una terra abituata un tempo a regnare e da lungo bistrattata. O almeno a coloro che vivono delle gioie cestistiche.

Quest’anno, infatti, ricorre il trentennale in cui lo scudetto italiano di basket ha raggiunto, ad oggi, il suo punto più meridionale. Trenta anni fa la Juve Caserta vinse il massimo campionato italiano in quello che alcuni definirono il derby dei televisori, dato che la compagine che per ultima separava la Juvecaserta dal tricolore cestistico era niente di meno che la corazzata Olimpia Milano sponsorizzata dalla Philips, mentre la squadra del borgo casertano un tempo famoso per la produzione della seta, San Leucio, aveva sulle canotte dei propri giocatori il marchio Phonola.

E molti furono i televisori che seguirono quella finale, che vedeva come inviato a bordo campo un vero e proprio personaggio del basket mediatico, il compianto Gianfranco Lauro, che tanto colore ha dato in seguito alle telecronache, inaugurando un vero e proprio stile a cui si rifanno molti telecronisti odierni.

Quella serie di finale fece da apripista mediatico ad uno sport che in Italia è sempre stato bistrattato, nonostante le società chiamassero veri e propri fuoriclasse del tempo, europei come americani.  

Ma non è così che la società della terra dei Borbone arrivò alla finale. Anzi. Ai nastri di partenza della stagione cestistica italiana, nel 1990, pochi – forse nessuno – avrebbe fatto un simile pronostico che veniva addirittura data per destinata a retrocedere. Il Cavaliere Maggiò, munifico “patron” che aveva costruito a Caserta uno dei più moderni impianti sportivi dell’Italia dell’epoca dedicati al basket, era da poco scomparso, lasciando le redini della società al figlio Gianfranco, che fece partire gli elementi più forti della formazione, il brasiliano Oscar Schmidt, soprannominato “mano santa”, e “l’armadio” bulgaro Georgi Glouchkov, letteralmente un pilastro della formazione nonché coach Tanjevic, che a fine millennio avrebbe poi guidato la nazionale azzurra alla conquista del titolo europeo.

I sostituti non fecero presa sui tifosi, considerato che la guida tecnica fu affidata all’assistente Franco Marcelletti, esordiente in serie A (allora si chiamava ancora così) come capo allenatore e con una squadra incentrata sui prodotti del vivaio, tra cui spiccavano Ferdinando Gentile e Vincenzo Esposito.

A loro supporto vennero affiancati due lunghi americani definiti di “tono minore”, che costituivano due antipodi: Tellis Frank, concreto ma silenzioso, e Charles Shackleford, fin troppo estroso per i canoni casertani, tanto che persino il neopresidente bianconero lo appellò come gangster ma che oltre alla fortuna di Caserta rese felici i “fabbri” della zona, considerato che ogni volta che si spostava dimenticava le chiavi del suo appartamento casertano, così necessitando del cambio di serratura a ogni rientro mentre, in un’occasione, si presentò ad una partita con due scarpe sinistre, facendo ammattire il magazziniere per porvi rimedio.

Completavano il quadro Sandro Dell’Agnello, l’allora trentacinquenne Sergio Donadoni, eletto sesto uomo di quella stagione ma che si ritirò l’anno successivo, i lunghi Massimiliano Rizzo e Giacomantonio Tufano, l’esterno Francesco Longobardi, oggi una vera bandiera del basket campano e un giovanissimo Cristiano Fazzi, agli esordi della sua prestigiosa carriera.

Questo clima venne percepito come un rinnovamento al ribasso ma contribuì a rendere ancor più fenomenale la seconda piazza conquistata in classifica e l’approdo alle finali scudetto, dopo aver eliminato prima la Scavolini dei mostri sacri Ario Costa e Walter Magnifico, appoggiati da Andrea Gracis e dal sue americano Cook – Daye, padre di Austin, oggi in forza alla Reyer Venezia, per poi fare il bis con la Virtus Bologna, trascinata da Sugar Ray Richardson, Roberto Brunamonti, Claudio Coldebella e la bandiera Augusto “Gus” Binelli, di recente gradito ospite di PassioneBasket.

Ma la banda di esordienti casertani elimina la crema della pallacanestro italiana grazie a due prestazioni monstre di Nando Gentile, che mette ventisette punti contro la Scavolini e trentuno contro le “V nere” raggiungendo in finale l’Olimpia Milano del “Nembo Kidd” nostrano Antonello Riva, in squadra con Piero Montecchi, il “giovane cavallo pazzo” Riccardo Pittis e la coppia nera Jay Vincent e Cozell McQueen, allenata dalla leggenda Mike D’Antony dopo aver eliminato il Messaggero Roma, unica serie dei quarti terminata per 2 a 0 e, già solo per questo, lasciava poco spazio ai sogni.

Ma già in gara uno si avverte un cambiamento, registrando un punteggio in stile americano. L’Olimpia sfiora il centello e Caserta non si piega facilmente fermandosi a meno della doppia cifra di scarto, 99 a 90. La prestazione più che convincente sorprende di non poco l’ambiente casertano, che si riversa in massa al Palamaggiò per sostenere i suoi “scugnizzi” ed ascoltare le poetiche cronache dello speaker Gennaro Mercogliano, tanto da indurre la dirigenza a predisporre i “P.I.P.”, posti in piedi, tollerati dalla normativa dell’epoca, che non si videro più ma che furono un grande successo.

Tanto calore e supporto furono senza dubbio ripagati sorprendendo l’Olimpia che, sicuramente convinta di regolare subito i meridionali, si ritirò invece a Milano con un sonoro punteggio di 94 a 80, prendendosi ben quattordici punti di scarto, di cui ventiquattro a testa di Gentile ed Esposito.

Al ritorno in casa propria le storiche scarpette rosse mostrano i muscoli vincendo 87 a 72, rifilando quindici punti di scarto ai casertani ma mostrando di aver vinto più in difesa che in attacco e fallendo il tentativo di affermare il loro retaggio che sembra, tuttavia, non pesare sui ragazzi della Juve del sud, che all’ultima gara della stagione in casa, la quarta e penultima della serie, vince 93 a 81, raggiunti col contributo di 29 punti di Dell’Agnello e 21 di Esposito.

Questa l’atmosfera al cardiopalma con cui si arriva al 21 maggio del 1991, una data a tutti gli effetti storica per il movimento cestistico meridionale e che pesa terribilmente sulle spalle dei padroni di casa milanesi, che hanno a favore unicamente il fattore campo, atteso che il loro lignaggio, la loro maggiore esperienza in queste occasioni e la maggior forza economica e mediatica costituiscono, allo stato del momento, solo aggravanti per non aver messo già in tasca il titolo.

Caserta, invece, ha già raggiunto ben più di quello che non soltanto l’ambiente, ma persino i tifosi più fedeli si aspettassero, ovverosia arrivare a gara cinque di una finale scudetto contro una potenza storica del basket italiano opponendogli una scommessa su giocatori e staff giovani e cresciuti in casa. Questa leggerezza fu utile a rientrare dal primo break di orgoglio dei padroni di casa e giungere all’intervallo lungo, dopo venti minuti filati di gioco, che all’epoca non erano divisi quarti da dieci, a meno quattro punti: 43 a 39.

Ma soprattutto Caserta riuscì a non subire la perdita di una delle sue bocche da fuoco. Nel secondo tempo, purtroppo, nel tentativo di stoppare l’americano Jay Vincent, Enzo Esposito ricadde male e infortunò così gravemente al punto che fu necessario portarlo fuori in barella.

L’americano di casa, infatti, tirava in un modo oggi molto in voga ma desueto a quel tempo, scalciando mentre era in sospensione nel tentativo di indurre qualche arbitro poco avvezzo a questo movimento a fischiare fallo ma così facendo urtando il ginocchio del giovane casertano, che si sbilanciò appoggiando male il piede in modo che il dottor Lelli, il medico che più tardi se ne occupò, riferì che il ginocchio era diviso in due, completamente dislocato e tenuto insieme solo dalla muscolatura da cavallo di Esposito.

Anche i tifosi avversari avvertirono il dramma del momento e per lunghi attimi sul campo calò il gelo, non un rumore e un sottile senso di scoramento in chi pensava che, arrivati fino a quel punto, poteva anche scapparci il botto.

Ma i bianconeri devono aver pensato a tutt’altro.

Esposito non volle lasciare il campo e guardò il resto della partita dalla barella ferma nel tunnel degli spogliatoi, trattenuto anche dal grido di coach Marcelletti che gli prometteva la vittoria in suo nome e dalla prestazione indimenticabile di Nando Gentile che cominciava a segnare da sette metri, come se stesse giocando con una linea da tre punti da NBA, segnando 28 punti accompagnati dai 30 di Dell’Agnello e “protetti” da Shackleford che oltre a 20 punti portò a casa ben 20 rimbalzi.

Il pubblico milanese cominciò a temere il peggio e fece anche di peggio, cominciando a scagliare in campo una tale pioggia di monetine che, tuttavia, sortì il solo effetto di pagare una bella vacanza agli addetti alle pulizie, a nulla servendo i 32 punti del “funesto” Vincent ed i 27 di Riva: la Juvecaserta targata Phonola vinse lo scudetto italiano del 1991 col punteggio finale di 97 a 88, dando un’ulteriore sussulto d’orgoglio ad una popolazione dai fasti gloriosi ma oggi rassegnata agli eventi, come dimostra il successivo tracollo della Juvecaserta, dapprima sbeffeggiata dal mancato invito al McDonald’s Championship, competizione che fino a quell’anno ospitava una squadra NBA opposta, tra le altre, alla detentrice del titolo ma che vide in quella del 1991 l’unica edizione del torneo a non accogliere una squadra italiana, come successo per tutta la sua durata.

Uno smacco la cui colpa non è dato sapere a chi imputare ma che, a distanza di trenta anni, non cancella quanto di buono e di storico fatto quell’anno, fungendo da simbolo per chi ha continuato a portare il grande basket in Campania e nel Meridione e in attesa di quanti possano ripetere l’impresa.

GARA 5 fra Milano e Caserta
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