Un guerriero del parquet, uno di quei pivot tutta concretezza. L’area pitturata era il suo regno, non si faceva intimidire da nessuno. Carriera densa di soddisfazioni, sia in azzurro che nei club dove ha militato. Argento a Mosca nel 1980, oro a Nantes tre anni dopo, bronzo agli europei del 1985. Presenza importante nel primo scudetto di Pesaro, anno 1988.

Per gli amici di 𝑷𝒂𝒔𝒔𝒊𝒐𝒏𝒆𝑩𝒂𝒔𝒌𝒆𝒕 ecco allora la mia intervista a Renzo Vecchiato. Buona Lettura!


D.) Ha iniziato nelle giovanili del gloriosissimo Simmenthal…

R.) “Sandro Gamba venne di persona a casa mia, allo scopo di persuadere i miei genitori a farmi trasferire a Milano. Ero giovanissimo. Giocai in quella che Olimpia sponsorizzata Cinzano. Mi misi in luce, tanto da entrare nel giro della nazionale. Per ragioni di bilancio venni ceduto alla Stella Azzurra Roma”.

D.) Nella capitale, quello dei canestri era uno sport di nicchia

R.) “Giocavamo al PalaEur, ma la pallacanestro era stritolata dalla popolarità del calcio. La squadra era affidata a Valerio Bianchini. Eravamo un buon gruppo, autore di campionati discreti. Mettemmo le basi per quello che sarebbe stato il boom del basket a Roma, culminato nei trionfi italiani ed europei dei primi anni 80”.

D.) La sua crescita proseguirà a Rimini, dove permase tra il 79 e l’82.

R.) “L’Olimpia, ancora proprietaria del mio cartellino mi cedette di nuovo per fare cassa. Questa volta a Rimini, per la cifra allora strabiliante di un miliardo di lire. In Romagna trascorsi anni stupendi. I riminesi amano il basket, giocavo in un ambiente fantastico”.

D.) Rivide la massima serie a Torino. All’Auxilium restò cinque stagioni, dall’82 all’87.

R.) “Anche in questo caso, ho avuto la possibilità di cimentarmi in un contesto di primo livello. Ho giocato accanto a campioni del calibro di Caglieris e Sacchetti. Sono stato allenato dal grandissimo Giuseppe “Dido” Guerrieri. Raggiungemmo tre semifinali scudetto. Certo, nutro ancora qualche rimpianto. Almeno una finale l’avremo meritata. Solo che ci sbarrarono la strada corazzate come Virtus Bologna e la stessa Milano, tornata ai fasti di un tempo”.

D.) L’agognato tricolore lo conquistò nell’88, e fu di portata epocale

R.) “Fu il primo scudetto per la Scavolini. A Pesaro la pallacanestro è religione. Il pubblico è competente ed appassionatissimo. Ancora oggi, quando mi reco in questa magnifica città, molte persone mi fermano per strada. Davanti ad un caffè ripercorriamo quei tempi indimenticabili. Uno scudetto ancora rievocato attraverso celebrazioni ed eventi. Pensare che da quella vittoria sono trascorsi circa 40 anni. Si vede che quella squadra fortissima ha lasciato un segno profondo nell’ambiente”.

D.) Torniamo al suo rapporto con la nazionale, iniziato da giovanissimo come dicevamo. Anche l’azzurro si è rivelato foriero di gioie enormi.

R.) “A Mosca accade tutto troppo velocemente, e non ebbi neanche il tempo di rendermi conto dell’impresa straordinaria che compimmo”.

D.) Un’olimpiade vissuta in un periodo storico particolare. Eravamo nel pieno della guerra fredda.

R.) “Ti assicuro che il clima teso a livello politico si riversava anche noi atleti. Non potevamo andare in giro da soli, eravamo scortati dalla polizia. Non era facile pensare soltanto a giocare, in quelle condizioni”.

D.) L’europeo di Nantes rappresenta il traguardo finale di un gruppo giunto all’apice della maturazione.

R.) “Concordo. La nostra forza si basava, oltre che sull’oggettiva forza del roster, anche su una invidiabile coesione. Dal punto di vista personale, ricordo quella rassegna continentale con grande orgoglio. Risultai essere il giocatore con maggior minutaggio di tutto l’europeo. Lasciami aggiungere che conservo un ricordo meraviglioso anche di una medaglia della quale si parla poco. Alludo al bronzo conquistato agli europei di Germania nel 1985. C’era stato un ricambio generazionale. Era la prima grande manifestazione che l’Italia affrontava senza l’immenso Dino Meneghin”.

D.) A proposito di nazionale, vanta un interessante e curioso primato.

R.) “A Ginevra, nella gara con la Spagna che ci diede il pass per le olimpiadi di Mosca, realizzai 21 liberi su 22 tentativi”.

D.) Ha incontrato sul proprio cammino allenatori di primissimo ordine.

R.) “Valerio Bianchini mi ha allenato in diversi periodi del mio percorso. Mi diede fiducia, facendomi credere in me. Dido Guerrieri era un uomo da osannare. Vastissima la sua cultura, fuori dall’ordinario la capacità di insegnare basket. Le doti professionali ed umane di Sandro Gamba non le scopro certo io. La sua saggia guida fu determinante a Nantes. Devo ammettere, a posteriori, che quando giocavo “odiavo” tutti i miei allenatori”.

D.) Il senso dell’affermazione è presto spiegato.

R.) “Ogni allenatore deve in qualche modo imporsi. L’insegnamento passa anche attraverso feroci ramanzine. Ecco, io detestavo essere “cazziato”. Naturalmente, con il trascorrere degli anni e raggiungendo una certa maturità, ho compreso il senso di quelle sfuriate: erano finalizzate a farmi crescere”.

D.) Ha militato in una serie A seconda solo alla Nba dal punto di vista della competitività.

R.) “Sono d’accordo. La qualità media era elevatissima. Per quanto concerne i pari ruolo, Dino Meneghin e Darryl Dawkins sono stati compagni di squadra superlativi. Impressionante anche Scott May. Bob McAdoo era dotato di classe purissima. Ma l’elenco potrebbe continuare all’infinito”.

D.) Uno sguardo all’attualità.

R.) “Mi appassiona l’Eurolega, dove ancora esistono i lunghi capaci di giocare spalle a canestro. Il pivot classico è in via di estinzione. Oggi, un lungo è chiamato a tirare da tre, condurre un contropiede. Inoltre, Il mercato aperto in pratica tutto l’anno rende difficile per lo stesso tifoso legarsi come un tempo alla squadra del cuore. Contestualmente, non sono tra quelli che dicono “quanto erano belli i miei tempi, oggi non va bene nulla”. Prendo il buono da entrambe le epoche”.

Autore

  • Gerardo De Biasio

    Autore anche del libro “Un Canestro di ricordi“, opinionista per PassioneBasket, curerà per noi una rubrica dedicata al basket amarcord, denominata “𝗨𝗻 𝗧𝘂𝗳𝗳𝗼 𝗻𝗲𝗹 𝗣𝗮𝘀𝘀𝗮𝘁𝗼”.

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