Intervista ad Andrea Pecile

Intervista ad Andrea Pecile

I sogni sono esattamente quelli di quando ho iniziato a giocare. Ho sempre preso la palla fra le mani sognando di giocare in NBA e di segnare l’ultimo tiro di Gara 7 di Finale per il titolo. Ed adesso il sogno è quello di andare ad allenare in NBA, con la stessa genuinità, la stessa voglia e lo stesso entusiasmo.

ANDREA PECILE

Per le pagine del nostro blog, abbiamo avuto il piacere di porgere alcune domande ad una recente conoscenza del basket nazionale ed internazionale: si tratta di Andrea Pecile, che con enorme pazienza ha risposto in maniera davvero dettagliata a tutte le nostre domande, evidenziando tanto sentimento in alcune risposte, e ne uscito fuori secondo noi un articolo veramente fantastico, tutto da leggere!


Cominciamo con la tua vita attuale: Come ti sei inserito nel mondo professionale una volta conclusa la carriera di giocatore? Come la valuti in confronto al periodo di giocatore attivo?

Mah, allora è stata sicuramente una decisione presa molto presto, molto rapidamente quella di smettere di giocare perchè quando ho giocato gara 3 delle finali per la A2 contro la Virtus in casa dove abbiamo perso completando quindi la stagione, non pensavo che fosse quella la mia ultima partita ufficiale. Poi alcuni eventi hanno modificato il panorama in quel tempo e mi è sembrata la decisione giusta. E’ il terzo anno che sono lontano dai campi. Sono molto contento dell’entusiasmo con cui comunque affronto quest’esperienza dall’altra parte del campo. Quindi ho fatto i primi due anni a livello dirigenziale del settore giovanile, invece l’ultimo anno da capo allenatore dell’under 18 e responsabile del settore giovanile, quindi un attimino più vicino al campo. Sono contento perchè la stessa passione che avevo per il gioco l’ho mantenuta anche dall’altra parte del campo: la palla mi manca relativamente, non mi è mai mancata la partita della domenica a parte quando ho visto arrivare degli squadroni in Serie A, è chiaro che la competizione contro grandi giocatori come Teodosic, Sergio Rodriguez contro cui avevo giocato in Spagna, chiaro che quella partita li ti viene ancora voglia di giocarla. Però ecco una cosa molto controllata, non ci sono mai stato male insomma. Per quanto riguarda invece tutto il resto devo dire che sono molto contento, anche da allenatore mi sembra che avevamo fatto un buon lavoro con i ragazzi ma poi è stato interrotto, per cui anche la mia prima esperienza è durata 4 5 mesi, mi sarebbe piaciuto arrivare alla fine della stagione per concludere un primo anno intero.

Dai uno sguardo indietro alla tua carriera. Hai avuto una bella carriera in Italia, in Spagna e con la nazionale italiana. Hai vinto un oro con la nazionale ma ti manca uno scudetto. Rispecchia quello che ti aspettavi, sei soddisfatto o hai qualche rimpianto?

Sono soddisfatto della carriera avuta da giocatore, ho in ricordo tantissime emozioni, sicuramente quelle che sono legate a quel tiro allo scadere in Grecia per la medaglia d’oro ai Giochi del Mediterraneo. E’ una delle cose più belle perchè tirare con la maglia dell’Italia un tiro per la medaglia d’oro e fare canestro insomma è stata veramente una gran bella emozione. Ed anche gli anni in Spagna, dove comunque sono andato un pò all’arrembaggio in Lega Due spagnola portando comunque una squadra in Lega Uno e diventando uno degli idoli di Granada dove la gente ancora adesso mi scrive e commenta quei tempi: vuol dire che quindi anche dal lato umano ho lasciato tante cose. I rimpianti sai più che rimpianti sono delle possibilità che ci sarebbero potute essere. La prima è stata quella di non fare la quarta superiore negli Stati Uniti ma andare subito a 17 anni a Gorizia diventando professionista, e quella è chiaro è una esperienza che mi è mancata, non tanto perchè sognavo di giocare nella NBA ma provare a fare l’ultimo anno di High School, vedere come funzionava la vita del college se avessi avuto possibilità sarebbe stata una cosa interessante. Mi dici dello Scudetto: ecco un’altra cosa che mi dispiace è quella di non essere riuscito a rimanere stabilmente in una squadra di vertice. I due anni di Pesaro dove abbiamo giocato l’Eurolega e abbiamo perso finale di Coppa Italia, Finale di Supercoppa, Semifinale Scudetto, oppure aver giocato a Siena un anno prima che iniziasse il dominio dei 7 Scudetti consecutivi. Mi è un pò dispiaciuto non rimanere a quell’alto livello più tempo.

Hai avuto in un certo senso una carriera “classica”, cioè dopo le giovanili a casa a Trieste sei partito, hai fatto prima successo in Italia, hai fatto il salto all’estero per i tuoi migliori anni, sei rientrato in Italia e sei ritornato a Trieste per finire la carriera. Avevi previsto questo andamento fin dall’inizio o si è formato passo a passo?

La mia carriera si è formata passo dopo passo. Forse lo step decisivo, quello che più mi ha messo alla prova è stato quello di non fare le scelte giuste dal punto di vista di alcune squadre o mercati dove ho rifiutato alcune proposte in attesa di altre, e questo l’ho pagato quando
non sono riuscito ad andare in una delle due squadre per cui avrei voluto tanto giocare, Malaga o Valencia, e da li tornando in Italia ho dovuto farmi 5 anni di A2. Per l’amor di dio da protagonista in tutte le squadre che volevano che la palla passasse attraverso di me per la costruzione del gioco e tutto, però sentivo sempre che potevo esprimermi a livello dell’A1 e non trovavo mai chi ci credesse di nuovo. E poi sono andato di nuovo a Pesaro dove ho fatto un anno da capitano ed è stato l’inizio degli anni delle salvezze quasi all’ultima giornata. Poi ho fatto l’ultimo anno di A1 a Capo d’Orlando, quella che io chiamo la squadra dei Clinic visto che c’era un clinic ad ogni allenamento visto che eravamo io, Basile, Soragna, Nicevic, era veramente uno spettacolo il secondo quintetto di Capo d’Orlando. E da li Trieste è stata fortemente cercata e voluta visto che non avevo mai giocato per la Pallacanestro Trieste, le giovanili di Trieste le avevo fatte al Don Bosco vincendo tra l’altro sempre tutti gli scontri con i pari età della Pallacanestro Trieste per cui è sempre stata una rivalità per me la Pallacanestro Trieste e dopo sono stato veramente felice di indossare la maglia numero 10 della mia città.

Quale piazza dove hai giocato (Trieste esclusa) ti è rimasta più nel cuore e perché?

Non faccio fatica a nominarti Granada come la piazza che più mi è rimasta nel cuore. Ci ho giocato per tre stagioni e mezzo ed è stato li dove mi sono formato fisicamente, atleticamente e tutte le esperienze personali stando in un altro Paese che anche a livello umano mi hanno dato veramente tanto. Ho imparato una nuova lingua ed è sicuramente una città che mi ha accolto, sono diventato capitano. Ricordo che c’era uno striscione di 5×11 metri che copriva il palazzo del Comune durante i lavori con la mia foto ed è stata un emozione veramente pazzesca riuscire a stabilire quella sintonia con la gente e la società e con la squadra. Per cui sicuramente devo dirti Granada

Qual è l’allenatore di cui, da professionista, hai il ricordo più forte e perché?

Guarda, nominarne solo uno mi sentirei veramente di fare un torto a tutti gli altri. Ti dico che da quasi tutti sono riuscito ad apprendere tante cose ed il primo ricordo è chiaro che è per quello che mi ha fatto esordire in Serie A1, quindi Tonino Zorzi, ma anche quelli che mi hanno scelto quindi Frates e Ciani che mi hanno dato l’occasione di iniziare la carriera da professionista. Pillastrini che mi aveva fatto giocare in Eurolega con Pesaro, ovviamente Tanjevic che mi ha fatto esordire in Nazionale e mi ha fatto giocare un Europeo a 21 anni da protagonista. Tutti quelli che mi hanno lasciato qualcosa, Zare Markovski che a Bologna è uno di quello con cui ho avuto un rapporto fuori dal campo veramente stretto. Non posso non nominarti Sergio Valdeomillos che era mio allenatore li a Granada per i motivi che ti ho detto ma anche perchè lui ha avuto l’intuizione di svilupparmi come ruolo di guardia come supporto al ruolo del playmaker togliendomi dai compiti esclusivi di regia che mi davano prima dandomi tanta libertà di creazione e di sfogare il mio talento soprattutto offensivo nel ruolo in cui mi sono trovato meglio. Non voglio poi dimenticare Charlie Recalcati con cui sono andato al Mondiale ed ho fatto un anno a Siena.

Un punto sicuramente culminante della tua carriera sono stati i giochi del Mediterraneo del 2005 con la nazionale italiano e la finale di Almeria contro la Grecia che hai deciso con una tripla allo scadere. Ci puoi dare un retroscena di quell’azione? L’avevate preparata o è stata spontanea? Che ricordi ti dà a distanza di anni?

Ormai son passati 15 anni, era il 2005 quindi possiamo tranquillamente raccontare che Charlie aveva disegnato uno schema pensando che la Grecia avrebbe segnato tutti i tiri liberi. Non c’eravamo accorti nella confusione che Boscagin aveva commesso il quinto fallo e quindi Ress non aveva prestato assolutamente attenzione a quello che Charlie diceva. Morale della favola segnano il primo tiro libero, sbagliano il secondo e chiaramente dal video su Youtube che riprende tutta l’azione si vede che Ress non aveva la più pallida idea di dove andare, quindi va semplicemente a caso provando a fare ripetutamente dei blocchi ma arrivando sempre tardi finchè ad un certo punto nella rotazione di palla che si crea da un mio passaggio dentro a Mordente che avevo visto da solo sotto canestro per un cambio maldestro fatto dai greci, attiviamo questa rotazione e lui blocca uno che sta correndo tentando di arrivare al mio tiro e li mi crea effettivamente lo spazio per tirare. Il retroscena è che l’avevamo preparata ma non era assolutamente uscita come l’avevamo disegnata. E’ uscita però una cosa su cui avevamo lavorato tantissimo cioè la distribuzione della palla, di mettere comunque in ritmo i tiratori, di fare passaggi tesi senza sprecare palleggio, infatti si vede benissimo che quando Mordente la passa a Giachetti quest’ultimo era già pronto a leggere la rotazione per darmela e dilatare il vantaggio dandomi un buon margine per tirare, infatti il tiro che prendo secondo me è un tiro tutto sommato abbastanza comodo per essere un tiro quasi allo scadere

In nazionale hai avuto la fortuna e sfortuna di condividere i tuoi anni migliori con un gruppo tra i migliori di sempre per l’Italia (dall’arco insieme a Basile, Bulleri, Meneghin, Pozzecco, …) che ha portato a grandi risultati con la nazionale italiana, ma che ha anche limitato la tua partecipazione in nazionale e ti ha escluso da alcuni grandi eventi come le Olimpiadi. Come hai vissuto questa “ambivalenza”?

Questa è una delle domande più belle ed interessanti che finalmente qualcuno mi fa. L’ho vissuta con alti e bassi. Credevo che la Nazionale poteva darmi un pochino di più, ed erano soprattutto i primi anni di Charlie quando io venivo da un Europeo da protagonista nel 2001 con Tanjevic. Nel 2002 non partecipando a niente siamo andati a fare un tour in Cina che è andato molto bene, e l’annata invece del 2003, il mio ultimo anno a Pesaro, che non è stata un’annata brillante ne per la squadra ne tanto per il sottoscritto, anche se era stata un’annata dignitosa per i numeri che poi avevo messo su. Ecco, quel fatto li di perdere il posto in Nazionale mi è un pò mancato nel 2003/2004. All’epoca mi giocavo il posto con i vari Lamma , Rombaldoni, che con me si contendevano il decimo o l’undicesimo posto visto che in quegli anni Bullo era sicuramente molto in palla, aveva giocato molto bene in una Treviso di grandissimi campioni che erano riusciti a metterlo nelle condizioni di esprimere un basket di altissimo livello. Poi nel 2005 siamo andati a fare i Giochi del Mediterraneo e subito dopo c’era la preparazione per gli Europei in Serbia e Charlie non ha portato nessuno di noi, di quel quintetto, e li è stata un’altra annata persa per me in Nazionale. Anche per quel motivo accettai l’offerta di Siena, per giocare per Charlie e fargli vedere che secondo me meritavo un posto in Nazionale, ed infatti sono riuscito a partecipare al mondiale del 2006, ma secondo me i miei anni in Spagna a giocare ogni settimana contro Navarro, Rudy Fernandez, Rakosevic, Louis Bullock, meritavano un pochino più di attenzione per il livello del mio gioco e del mio ruolo. Poi non ti nego che c’è stata un pò di freddezza anche nell’ultima parte della mia presenza in Nazionale: la mia ultima partita è stata a Torino, all’All Star Game, mentre in quell’anno giocando ad Avellino per Boniciolli avevo tantissimo spazio ed ero statisticamente, nettamente il miglior italiano della Lega, e sono andato poi a giocare in Spagna, proprio in quel periodo li. Quindi io ho preso una marea di voli, spostando anche una partita in Spagna perchè arrivassi lo stesso a partecipare all’All Star Game italiano che era già stato organizzato, ed io sono stato quello che ha giocato di meno, tre minuti e mezzo, forse 5 minuti al massimo. Dopo aver fatto tutto questo per essere presente, mi sarebbe piaciuto continuare, ed invece dopo quella partita non sono stato più convocato.

Hai avuto un’esperienza importante in Spagna, dove ti sei tolto anche qualche soddisfazione. Come è arrivata la decisione di fare questo passo nel 2003? L’hai cercato, te lo sei trovato offerto, quali erano le tue alternative? Cosa passa nella testa di un giovane giocatore quando bisogna prendere delle decisioni così importanti?

La scelta della Spagna del 2003 è dovuto ad un anno di sofferenza. Il tutto è stato dovuto ad una mancanza di feeling con Crespi che era l’allenatore della Scavolini. Tra l’altro Valter aveva già detto che a fine anno avrebbe lasciato la presidenza o comunque l’impegno cosi grande avuto negli anni precedenti, economicamente parlando, ed erano andati via quasi tutto a parte io e Gigena. Tutti mi suggerivano di andare via, ma io rifiutai anche un’offerta importante della Virtus perchè mi sembrava giusto rimanere e rispettare quel triennale che avevo firmato due anni prima. Avevo dato quindi fiducia a quel progetto, anche se non mi avevano mai parlato di rinnovo e l’anno dopo sarei diventato un free agent. Come dicevo prima, la mancanza di feeling con il coach non mi ha consentito di esprimermi al meglio in quella stagione fin quando poi nelle ultime partite è arrivato Stefano Cioppi, Ricordo che la mia miglior settimana di quell’anno, quando avevo quindi 22/23 anni, è stata la settimana del Torneo in Belgio con la Nazionale militare dove ho vinto il titolo di miglior giocatore. In quella settimana sono riuscito davvero a scaricare tanta tensione. Da li quindi come spesso succede nel mercato italiano avevo davvero tante porte chiuse e le possibilità erano di aggregarmi ad una squadra sperando che qualcosa cambiasse, che ci fosse nel corso della stagione un posticino per me, cosa che a me non piaceva. Per cui a quel punto li cambiai procuratore ed accettai l’offerta di questo allenatore spagnolo che mi aveva visto l’anno prima alle finali di Coppa Italia a Forlì e si ricordava della mia grinta e del mio modo di giocare e mi voleva come straniero al fianco di Aaron McGhee e Veljko Mrsic per riportare Granada in A1 spagnola. Io non ci ho pensato minimamente, ho visto che c’era questo interesse, ho visto che c’era la Spagna, non sapevo neanche dove fosse Granada, quindi quando poi ho scoperto che era una città universitaria, che mi sarei trovato sicuramente a mio agio, ho detto “ma perchè no?”, ho 23 anni, al massimo imparo lo spagnolo, vedo un altro basket, nessuno saprà mai se faccio bene, faccio male, perchè l’interesse verso l’estero era assolutamente minimo, e quindi sono andato li all’avventura, ed è stata una bellissima scoperta. Le decisioni importanti, io di base ho un motto, stai sereno sempre, che è nato e si è sviluppato proprio nel 2005 con Giorgio Boscagin e la gente che ruotava attorno ai Giochi del Mediterraneo. Sono stati veramente un punto centrale della mia vita perchè poi ho tentato di vivere secondo questo motto, per cui anche le scelte difficili ho sempre cercato di prenderle con serenità. Di solito io faccio un bilancio: immagino tutte le cose peggiori che possono succedere ed immagino poi le cose migliori e da li tento di tarare con un certo equilibrio e di valutare se ne valga la pena. Perchè secondo me la domanda che bisogna fare alla fine è se ne vale la pena. C’è l’interesse economico, l’interesse personale, l’amicizia con lo staff, con un giocatore, con la città, la comodità, insomma ci sono tanti fattori. Però alla fine devi essere onesto con te stesso e trovare la forza di dare il massimo accettando poi le conseguenze: ad esempio ho fatto la scelta di andare in A2, non è che poi mi lamentavo, ma davo il massimo e tentavo di dimostrare di essere un giocatore da A1. Tentavo sempre di dimostrare di meritare l’opportunità e quando questa arrivava tentavo di prenderla coi denti, stringerla e non mollarla mai. Ecco questo secondo me è l’atteggiamento che deve avere un giovane per fare le proprie scelte. Non chiedere minuti, avere rassicurazioni, ma avere una opportunità e dimostrare che te la meritavi.

Passiamo al basket dei giorni nostri: come vedi il basket di oggi con squadre che cambiano sistematicamente parte del roster, e di conseguenza mancano di “bandiere”? Cosa consiglierai al riguardo ai tuo giocatori delle giovanili?

Credo che per come sta andando il mondo, il professionismo debba essere aperto a tutti e credo che i migliori giocatori possibili devono giocare indipendentemente dal colore della pelle, nazionalità, età, non interessa: i migliori devono giocare. E quindi anche questo continuo cambiare di giocatori sicuramente non fa bene, anche perchè spesso si tratta di giocatori mediocri. Perchè quando come dall’ultimo anno sono arrivati signori giocatori penso che nessuno si lamenti. O come Milano sta firmando adesso signori giocatori, sicuramente nessuno si lamenta se italiano, slavo, serbo, americano. La gente vuol vedere grandi giocatori. Punto. La competizione a questi livelli ti fa sempre migliorare. Che tu sia italiano, giovane, non è un problema. Quest’anno da capo allenatore dell’Under 18 non mi interessava assolutamente se uno era del 2001, 2002, 2003, ma giocava chi aveva il fuoco negli occhi, chi mi dava questa sicurezza qua, intraprendenza, entusiasmo, voglia di fare. E questa è stata sicuramente la mia principale caratteristica, quella che tanti allenatori hanno visto fra le cose più positive che potevo portare in un campo di basket: accendere gli altri e non mollare mai. E’ chiaro quindi che anche da allenatore mi porto questa qualità e questo è il primo consiglio che do a tutti quelli che alleno o mi chiedono un parere.

E per finire: Qual è il tuo augurio per il basket italiano nei prossimi anni e quali cambiamenti sono necessari secondo te? Quale ruolo hai intenzione di giocare personalmente nel futuro del basket italiano?

WOW che bomba! Sono davvero le migliori dieci domande che abbia mai ricevuto, e mi fa piacere perchè dimostrano l’interesse che c’è per l’interlocutore, oltre che la competenza. Allora, l’augurio che faccio al basket italiano è quello di riuscire finalmente a dimostrare nei fatti un’unità che adesso non vedo perchè credo che ognuno pensi davvero troppo al proprio orticello invece che utilizzare i nuovi canali di comunicazione per diventare veramente un prodotto unico che raccolga tanti consensi, che piaccia a tanta gente, stiamo a pensare per se stessi se piace lui, se nel suo piccolo sta facendo lui bene le cose o se gli altri le stanno facendo male, lamentarsi e guardare sempre cosa fanno gli altri invece di dedicare maggiori energie per diventare noi stessi un prodotto migliore. Mi auguro che la Lega riesca ad avere una comunità di intenti e diventare un prodotto forte. Allo stesso tempo mi auguro di avere delle Società ambiziose come appunto Milano, Bologna, Venezia, che vengano coinvolte anche altre squadre per portare in Italia grandi giocatori. Come l’arrivo di Teodosic e Rodriguez ha acceso una rivalità fra l’Olimpia e la Virtus che sicuramente negli ultimi anni non era cosi grande. In più ricordiamoci fra l’altro che lo Scudetto non ce l’ha nessuna delle due perchè ce l’ha Venezia. Da questo punto di vista l’augurio è che si riescano ancora a vedere questo tipo di campioni calcare i parquet italiani. E’ chiaro che in un tempo post Covid deve essere fondamentale la solidità economica. Da questo punto di vista credo che ci siano decisamente troppe squadre ad ogni categoria, troppe in A1, troppe in A2, troppissime in B, e questo porta veramente ad un livello mediocre o addirittura scarso che fa del male a tutta la competizione. cambiamenti sarebbero tanti, con due tre frasi non potrei elencarli, ma secondo me questa è la strada da seguire. Ci vorrebbe una presa di posizione del Governo per quanto riguarda le retribuzioni di tutta quella parte di giocatori, allenatori in A2 si fanno in quattro almeno come quelli di A1 e quindi credo che ci dovrebbero essere 12, 14, 16 squadre un A1 ed una ventina in A2 insomma il numero dovrebbe essere di 34 36 squadre professioniste in Italia, che siano in A1 e che siano in A2. E poi gli altri semiprofessionisti o comunque con un altro tipo di contrattualità per quanto riguarda la Serie B. Per la Serie C è assolutamente dilettantismo vero, cioè la gente deve fare un altro lavoro e gioca a basket perchè c’è il rimborsino e perchè gli piace giocare ed allora continua cosi. Per quanto riguarda il mio ruolo, lo sto ancora scoprendo. Come detto ho fatto per due anni il direttore tecnico lontano dal campo curandomi della burocrazia e del management dei social media, del marketing, della parte contrattuale parlando con i procuratori. Dopo aver fatto il corso di allenatore nazionale e quest’anno essere il responsabile del settore giovanile, allenare quindi l’under 18, anche se l’ho fatto appena per tre mesi, ti dico che sento di potermi ritagliare un posto da allenatore e mi piace molto. Voglio comiciare a studiare pian piano tutta la parte che magari ancora mi manca di un allenatore, portare la mia esperienza da giocatore, da uomo e renderle equilibrate, perchè adesso tutta l’esperienza che ho è in disequilibrio con la parte di progettazione e di programmazione di un lavoro settimanale, mensile ed annuale di crescita di una squadra. I sogni sono esattamente quelli di quando ho iniziato a giocare. Ho sempre preso la palla fra le mani sognando di giocare in NBA e di segnare l’ultimo tiro di Gara 7 di Finale per il titolo. Ed adesso il sogno è quello di andare ad allenare in NBA, con la stessa genuinità, la stessa voglia e lo stesso entusiasmo.


Ringraziamo nuovamente Andrea Pecile per la sua disponibilità, e gli auguriamo di gran cuore di realizzare i propri sogni, e vederlo magari chissà un giorno non troppo lontano su una prestigiosa panchina NBA!


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